domenica 2 novembre 2014

Ingenui In Via Di Gioia


Che cos'è che fa un'artista, se non la persona che c'è dietro? 
È una bella domanda da porsi. 
Mi ricordo che qualche tempo fa io ed un mio amico stavamo tranquilli seduti sul divano a fumarci un bel cannone ed ascoltando Fred Wesley, quando di colpo ho sentito l'esigenza di raccontargli quanto mi risultasse estenuante accettare i complicati meccanismi alla base della vita sociale torinese. 


“Torino è una città estremamente competitiva” gli dicevo “Non puoi uscire una sera a prenderti una birra senza dovertene per forza venire fuori con qualcosa di eclatante. E poi cosa succede? Te ne arrivi lì, entri nel pub, o ti siedi su quella sozza panchina in Largo Saluzzo, la spari grossa e la gente per un minuto o due sembra anche piuttosto soddisfatta. Ti guardano con delle facce del tipo: “molto bene” o del tipo:“forse ho fatto bene a non rimanere tutta la sera davanti al computer stanotte”. Poi però seguono puntualmente due minuti di silenzio imbarazzati. Qualcuno si rolla una sigaretta. Qualcun altro si guarda intorno. La stragrande maggioranza scrive sul cellulare o addirittura controlla il proprio status su facebook, almeno finché uno della compagnia non se ne viene fuori con un'altra sparata: si crea un circolo vizioso. Ci si guarda intorno, si parla, ma non si comunica. E la situazione, dopo un po' non si smuove, è tipico. Migliaia di ragazze ti passano intorno, t'innamori puntualmente una, due, tre o dieci volte ma qualcosa ti dice che non muoverai mai un dito per staccarti da quel gruppettino inutile: sei annoiato, sei stanco, non staresti simpatico neanche a te stesso. Ed allora ritorni ai tuoi amici, a quelle chiacchiere senza senso, in attesa che l'alcool ti salga in corpo. Ed è a quel punto che, se sei un po' sveglio, capisci che l'amico con cui stai uscendo in fondo è lui, il sacro nettare di Bacco. Ti guardi di nuovo intorno e ti rendi conto che il 90% delle persone sono nella tua stessa situazione e che quelli che passano la metà del tempo a spippolare su facebook stanno ancora peggio perché preferiscono l'idea di essere ricercati piuttosto che ricercare qualcosa nelle persone che hanno intorno.”
Lui mi ha guardato con uno sguardo beffardo, gli occhi lucidi ma non ancora rossi. Ha fatto sventolare la canna davanti a sé come se la stesse usando per dirigere un'orchestra, ha incrociato le gambe ed ha cominciato a sostenere che, in fin dei conti, Torino non è che un grande, immenso liceo, almeno finché la gente non si rende conto di aver compiuto i 35 anni. Ha esordito come un libro stampato: “Vedi, il Torinese medio – e per Torinese non mi riferisco ad un torinese DOC (anche perché quelli sono pressoché estinti) ma una persona che vive a Torino - è un borghese timido e generalmente un po' viziato, al quale non manca nulla se non un po' di affetti umani. E non mi riferisco a quegli affetti tipo familiari. Neanche a quelli relazionali. Però quante volte hai visto un ragazzo ed una ragazza fequentarsi, la loro reazione è uno schifo, lo sanno tutti, lo sanno loro, eppure quei due tirano avanti per 3-4 anni, proprio nel fiore della loro vita? C'è gente che sostiene che il vero amore sia questo. In realtà è un supplizio, ma soprattutto insicurezza. Da ambo le parti. La gente ha un disperato bisogno di affetto e di essere compresa. Ma non deve, non vuole abbassare la guardia. Così utilizza la miglior difesa: l'attacco. Per prima cosa, aumenta la distanza, nel modo più semplice del mondo: tirandosela un po'. Ed è qui che entra in gioco Facebook. Una persona ingenua mette tag ovunque e la maggior parte delle sue foto fa più che schifo. Il profilo del Torinese tipo sarà pieno di cose come: io dal barbiere, io da mio nonno, io che suono al superfestival, io ed i miei amici superfelici, io che metto la musica in casa, la pizza fatta in casa fotografata con tanto di ricetta in Inglese, ecc... In realtà sta gridando: sto facendo uno sforzo, anch'io voglio essere così, o forse addirittura sta solo gridando aiuto. Ed in una conversazione puoi scommetterci che, se qualcuno farà un commento negativo su di te, ma ti conosce poco, è perché sta cercando la tua attenzione. Attacca, perché vuole far credere di non essere indifeso, ma in realtà ti sta tendendo una mano. Non pretendere di ragionare con un adulto o di ragionare come un adulto se esci la sera a Torino, immagina solo di essere al Liceo, se necessario all'asilo, ma da un altra parte. Se una ragazza che ti ha appena visto ti fa un commento offensivo vuol dire che sta puntando dritto in mezzo alle tue gambe: io è così che mi sono fatto la scopamica. È la tecnica dell'asilo: lui mi piace, allora lo insulto. Così tutti cercando l'attenzione con dei microinsulti, però tutti se la pigliano, ed alla fine ognuno si tiene gli amici e le ragazze che la vita gli ha imposto, senza sceglierseli. Ma ognuno facendo finta che la propria vita sia una figata. Perché è l'apparenza che conta, sennò finirai nel gruppo degli sfigati, in questo grande e grosso liceo che è il mondo. In fondo basta capirlo e tutte le dinamiche ritornano ad avere una loro logica. Basta imparare ad essere dei santi, avere molta pazienza, e si possono ottenere degli stupendi risultati da tutti. Anzi, forse capirlo rende Torino una città più facile in cui vivere."

Ma che c'entra questo con gli Eugenio in Via Di Gioia? Un attimo e ci arrivo.
Vorrei premettere che sono bene al corrente che qualcuno si sentirà offeso dal discorso fatto finora ma, per quanto sembri semplicistico (e, sicuramente in parte lo è, premettendo che non si sta facendo di tutta l'erba un fascio, ma si sta semplicemente valutando un atteggiamento generalizzato e normalmente inconsapevole) questa piccola diatriba al THC ci fornisce la chiave interpretativa di un intera generazione di artisti e giovani.
Questa chiave interpretativa è: il narcisismo.
Non si confonda Narciso con il narcisista. È un po' diverso. Narciso è innamorato di sé stesso, il narcisista è colui che deve assolutamente piacere agli altri e per farlo richiede continuamente troppo di sé stesso e sente l'esigenza di parlare di sé stesso.

Non c'è bisogno di essere dei geni, basta anche dare un'occhiata su wikipedia

[...] alti livelli di narcisismo possono manifestarsi in forma patologica, chiamata disturbo narcisistico della personalità, a causa del quale il paziente sopravvaluta le sue capacità e ha un eccessivo bisogno di ammirazione e affermazione.

Il narcisimo è ormai una piaga sociale, ed a Torino particolarmente evidente. Io non so come funzioni a Firenze o a Bologna o a Roma, ma Torino è l'unica città d'Italia dove i colletivi studenteschi (e parlo degli Studenti Indipendenti, non delle ragazzine che fanno solo sesso anale prima del matrimonio) sono sempre pieni e poi l'affluenza alle manifestazioni è scarsa, ma in quei pochi casi in cui non lo è (es Gay Pride) è ampiamente documentata su Facebook. È l'unica città sociale dove un circolo Arci nato da un movimento studentesco (i Corsari) si è trasformato nella vetrina pubblicitaria della SweetLife Society

 
È una città dove, ad esempio, gli studenti di antropologia hanno questo fenomeno davanti al naso ma preferiscono andare a prendere il caffé al bar universitario e parlare dei Mapuche o della borsetta che si sono comprati durante la vacanza fricchettona a Granada. È una città modaiola e con una tradizione classista – di cui rimane evidente la separazione geografica tra collina e città - che la gente sta recuperando attraverso la generazione di un Avatar modaiolo e superfelice che può essere un intellettuale, un lindy hopper, un supermusicista, poeta o letterato ma che in realtà è solo un fantasma, un'utopia, un ideale.
L'atteggiamento è reso ancora più drastico dai cosiddetti appartenenti alla comunità artistica e, se da un lato, tutto sommato la gente si fa mandare giù certi atteggiamenti un po' egocentrici ed un po' da predicatori del musicista del momento, dall'altro adesso questi rischiano di sconfinare nella vendita vera e propria di un alter ego, un personaggio costruito ad hoc che finisce per sostituirsi all'artista stesso, sopra e fuori dal palco. 
Ma da dove trascende il diritto di tirarsela? 
Forse da 5000 fan su Facebook? Ma guardatevi intorno! I Verdena sono diventati famosi da piccoli e sono passati attraverso storie di tossicodipendenza e depressioni. Non avete notato che Luca non suona più a torso nudo, ma col maglione? Eccolo, qui, guardatelo, con il giubbotto elegante è proprio il ritratto della salute:

 
Eppure dopo Requiem hanno dovuto chiedere i soldi ai genitori. E sto parlando di uno squalone come i Verdena, non di un pesce come Johnny Fishborn. Bob Dylan piaceva perché sembrava un ragazzetto qualunque, e lo era, era anche simpatico: oggi è un vecchio insopportabile e pieno di sé, neanche capace di rendersi conto che quando canta i suoi brani sembra che stia imitando Tom Waits che canta Bob Dylan. Lo stesso vale per Alex Turner, che ci sembrava così geniale quando era un ragazzetto brufoloso che gridava “scommetto che staresti bene sulla pista da ballo” alle cassiere dei supermercati. Ed è per questo che mi piacciono gli Eugenio in Via Di Gioia, è in questo che credo che loro, almeno questa volta, abbiano proprio vinto. Mi piacciono perché delle mie amiche me ne parlavano in continuazione quest'estate, e credevo fosse il nuovo gruppo italiano dell'anno e invece ho scoperto che erano addirittura ancora in concorso a Torino Sotterranea. E quindi sono andato di volata al Reset Festival a vederli e c'erano almeno 30 fan che sapevano tutte le loro canzoni a memoria, ma hanno vinto i Sica, il cui cantante, interpellato a commentare la vittoria, si è limitato a dire, dietro ai suoi occhiali da sole: “Hi everybody, we are Sica!”. 
Gli EIVDG, invece, chiamati ad esprimere un commento “a caldo” sul loro secondo posto, hanno detto, rispettivamente: “caldo”, “caldissimo”, “180°”, “tiepido”.

Gli Eugenio In Via Di Gioia hanno 4100 fan su facebook. I loro video su youtube superano in alcuni casi le 10mila visualizzazioni. Un risultato finora insperato per gente come Gionatan Scalzi, Enrico Esma, The Circle, che li rende secondi solo ai Foxhound, se non vogliamo considerare formazioni come i Subsonica o i Linea77.


Ecco la biografia riportata dalla loro pagina facebook:


Eugenio Cesaro nasce piangendo nel 1991 e rinasce cantautore nel 2011, suona per strada e per strada trova l'ispirazione per gran parte dei propri testi. Continua a suonare per la gente, ma il fato benevolo lo conduce inaspettatamente nel settembre 2012 verso tre ottimi e pazienti musicisti.
Emanuele Via nasce nel più recente 1992 con una grande predisposizione alla musica, si trasferisce a Torino per gli studi universitari portando con sé il pianoforte e la fisarmonica.
Paolo Di Gioia nasce tenendo il tempo nel 1991: siamo nel 2014 e non ha ancora smesso di tenerlo.
Lorenzo Federici nasce nel 1987 e vive a Terni la propria pubertà, imparando a suonare buona musica. Si trasferisce ormai adulto a Torino, per prendere in mano il basso acustico e integrarsi perfettamente nel motore della band.
Insieme, i quattro diventano musicisti, attori e interpreti, armonizzando piacevolmente un suono altrimenti incompleto.

Nulla di più vero, nulla di falso. Non c'è nessuna intenzione di creare un mito attorno a sé. Gli Eugenio In Via Di Gioia, che hanno un numero di fan largamente maggiore rispetto alle band sopracitate, sono un gruppo fatto di persone che hanno voglia di divertirsi. Lo dice il loro stesso nome, che è una composizione creativa di nome e cognome dei vari componenti. Non si dichiarano artisti, non sono personaggi. Incontrare gli Eugenio per strada o su un palco non fa alcuna differenza. La loro musica è splendida e genuina per un semplice motivo: trasmette la stessa passione di un gruppo di amici che stanno passando una buona serata insieme.
Non c'è quasi differenza tra gli albori degli Eugenio e la situazione attuale. I ragazzi cantano stupendamente ma hanno a malapena imparato a tenere in mano gli strumenti (del resto, lo erano gli Stooges? I Velvet Underground?) quanto basta per poter mettere in riga una sequenza di canzoni note ed orecchiabili:


e da lì sono passati a cover più audaci.

 
Quanto sarebbe bello trovarseli in un'osteria tutti e quattro, in una serata d'inverno dove ormai si è giunti alla conclusione che era meglio restare chiusi in casa, a cantare questa canzone?

In seguito sono passati ragionevolmente alla composizione. In fondo, l'ep degli Eugenio In Via Di Gioia non è un granché e lamenta carenze tecniche e compositive ancora evidenti. Ci sono dei buoni spunti nella svirgolata jazz di Prima Di Tutto Ho Inventato Me Stesso, ma la canzone forse nel complesso meritava di rimanere in fondo al cassetto. Se gli animali blabla è carina, ma francamente preferisco I Can Be A Frog dei Flaming Lips, anche Emilia non è male, perché cominciano ad apparire delle buone idee sui testi (è colpa dei media/se odio i media) come ad esempio i riferimenti ironici ai Gormiti, alle Winx ed alle fallaci pubblicità sul dimagrimento.


 
Fin qui, però, le canzoni sono penalizzate da delle soluzioni armoniche scontate e sempliciotte, tipiche di una band inesperta ed alle prime armi, anche se appare una verve umoristica che quasi mi ricorda i pressochédimenticatidatuttimanonperquestomenovalidi Fanali Di Scorta.

Su tutte però spiccano i due “singoli”: Perfetto Uniformato e, soprattutto, All You Can Eat. La prima, anche se estremamente infantile nell'arrangiamento, è arricchita da un testo meraviglioso (se non consideriamo l'espressione un po' barocca del "deficiente sociale") e da un ritornello veramente incalzante: e mai leggerò un giornale in vita mia/la televisione è molto più di compagnia/ e sto meglio da quando sto dormendo/ sto ancora meglio quando/sto dormendo.



Fanculo le stronzate alla “è trendy perché fa schifo” di Levante!


Qui ci ritroviamo finalmente davanti a qualcuno che vuole veramente raccontare qualcosa, che mette sul tavolo una piccola parte della propria esperienza, o del proprio credo. La canzone è un vero e proprio inno alla tranquillità come modello di vita, alla scelta del disinteresse ed al desiderio di passare inosservati, il tutto venato di un'ironia amara che non lascia scampo, se si considera la giovane età dei musicisti.
Il capolavoro, però, è All You Can Eat. Scritta con il giro armonico più banale del mondo, dev'essere uno dei primi pezzi in assoluto scritti da Eugenio, visto che è uno dei pochi dove si aiuta col capotasto per riuscire nel barré.



Il testo è un inno anticapitalistico come non si sentiva da tempo, cantato con passione, toccante e degno dei momenti migliori degli Afterhours.
Addobbi luminosi/isola pedonale/ la gente ha soffocato il senso logico delle spese di Natale/sul pavimento/scontrini e sigarette/ riscontro abbondanza di stipendi da buttare/ stress accumulato a palate da placare / è Novembre/ il nuovo mese di Natale.
Nell'incipit è evidente l'interesse nel calcare la strada già aperta da Vasco Brondi. L'intento, però, non è puramente emulativo. Vasco Brondi ha una rapporto perverso con le immagini industrial che evoca, se le vuole scopare, vuole ripeterle all'infinito per continuare a dirsi “ma quanto sono bravo, MA QUANTO SONO BRAVO!!” e si mena l'uccello quotidianamente su un poster che raffigura un carrello della spesa abbandonato sotto ad una vecchia ciminiera in disuso. La parte che segue, invece, è debitrice dei Mamfod & Sons (con tanto di banjo (?), cajon incalzante e riff di piano), ma ciò che veramente interessante è lo slogan che segue:

padrone dacci fame abbiamo troppo da mangiare/padrone dacci della fame

Questo non è un semplice ritornello, è un inno.
È una di quelle cose che ascolti e capisci al volo che colgono nel segno. Ecco che finalmente abbiamo davanti qualcuno che nella sua musica interpreta un'esigenza condivisa e propone una riposta, una soluzione ad un dilemma. Nella civiltà del vizio e del lusso, che non è più quella del benessere, in cui la gente è costretta a capitalizzare la propria immagine pubblica ed a vendersi quotidianamente come prodotto, perché tutto è troppo facile e tutto, quindi, non ha valore, viene la necessità di tirarsi fuori e mettersi finalmente in gioco. Padrone dacci fame abbiamo troppo da mangiare, padrone dacci della fame. Abbiamo troppo. Ci annoiamo. Non sappiamo fare un cazzo. Vogliamo imparare a cavarcela da soli, a toglierci il dito dal culo. Vogliamo imparare.
Non vogliamo buttare via le cose, vogliamo ripararle.
Non vogliamo passare il nostro tempo su 9GAG, vogliamo imparare a raccontarci le barzellette a tavola, saltando da una parte all'altra in modo comico, e divertirci con la bocca chemadre natura ci ha dato. Gratis.
Perché, come dice Jose Mujica: “Povero non è chi detiene poco, ma veramente povero è chi necessita infinitamente tanto e desidera, desidera, desidera sempre di più.”

Non voglio sbilanciarmi nell'affermare che All you can Eat è uno dei pezzi italiani più belli degli ultimi 15 anni. Sicuramente sarà uscito fuori per caso, avrà i suoi piccoli difettucci (come quel bridge assolutamente non necessario), ma va bene così com'è. Oggi come oggi c'è bisogno di un nuovo singolo che ci faccia sentire fieri del made in Italy. Un singolo che ci ricordi che in Italia le band sono ancora capaci di dire qualcosa e non i soliti slogan da comunisti, perché l'emancipazione oggi è un problema più dell'individuo che della massa. I Verdena sono diventati troppo mistici a forza di prendere LSD nel caffé, gli Afterhours, i Modena ed i Bandabardò sono incapaci di comunicare alle nuove generazioni, i Marlene sarebbero capaci di leccare la fica a Raffaella Carrà, il nuovo album dei Manager Del Dolore Post Operatorio non sa di un cazzo. Chi ha un po' di talento cerca di scrivere in inglese, per cui non possiamo che sperare che gli Eugenio faranno strada.

Resta solo un ultima, cruciale domanda?
E se Eugenio Cesaro si montasse la testa, credesse di essere un grande poeta e cominciasse a scrivere un sacco di pezzi destinati all'autocompiacimento ed alla fama del gruppo, piuttosto che a veicolare un messaggio? E se si togliesse gli occhialini da primo della classe, cominciasse ad indossare abitini attilati che mostrino esili caviglie albine come nemmeno gli Yellow Traffic Light?
Io ti dico una cosa Eugenio, e te lo dico da amico. Sta per uscire l'album. Aspetta. Considera anche che con molte delle tue fan, ora come ora, si rischiano le manette. Quello che hai davanti è un momento meraviglioso, ma i frutti migliori si raccolgono solo quando arrivati a piena maturazione. Dai una lezione di modestia alla tua città. Gli Eugenio In Via Di Gioia ci piacciono perché sono ancora autentici, cercate di non creare distanza dal vostro pubblico, anzi foraggiate questo bel contatto che avete, e troverete la Vera Grandezza.
Aspettiamo dicembre con ansia.

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