venerdì 13 marzo 2015

Non è così che si fa

Premessa ed antefatto


Torino, 13 dicembre (credo). Mi trovo in San Salvario, davanti al Carrefour che sta aperto 24 ore al giorno. Vicino all'entrata c'è un automobile dall'aria familiare che m'incuriosisce. Decido di non indagare a proposito, perché non è quel genere di giornata in cui sono in grado di farmi guidare dalla curiosità. Mi girano troppo i coglioni. Ho un concerto tra due giorni  e la mia voce fa schifo, sono sommerso dai catarri e quest'ultimo esame imprevisto mi ha arrugginito le dita. Non è così che si fa. Sono fottuto. Fuori fa freddo, piove, ho indosso un doppio cappuccio, giacca sopra e maglia pelosa sotto. Entro nel supermercato, prendo un paio di bottiglie di Nebbiolo al volo, ma alla cassa mi si parano davanti due conoscenze del liceo. Una perdita di tempo da evitare. Sono due coglionazzi che non vedo da un pezzo, ma hanno una filosofia spiccia e precisa: l'obbligo del sorriso smagliante, della sparata esplosiva. Gente che scambia la conversazione con l'agonismo, ma oggi non sono proprio in vena. Non mi hanno ancora visto in faccia, decido di non incrociare i loro sguardi. I due cappucci abbassati mi vengono in aiuto. La carta di credito mi fa saltare un po' di fila e fa il resto. 
Ciao, "amici" tamarri travestiti da universitari qualunque. Ciao, buttafuori rasato. Ciao, zingara che fai l'elemosina. Ciao, ragazzi UNICEF.
Esco, finalmente.
La macchina è ancora lì. Adesso ne comprendo la familiarità. Vicino ad essa, in piedi, c'è Emanuele Via. Eugenio Cesaro è un po' più in là, e poi c'è Lorenzo Federici. Me lo immaginavo un po' più alto, sarà l'effetto del palco. Paolo Di Gioia non c'è. Entrano in macchina, ma non me li faccio scappare. Busso al finestrino, facendo attenzione alle bottiglie che ho in mano.
“Ciao ragazzi, voi siete gli Eugenio in Via Di Gioia?” Emanuele, alla guida, mi conferma positivamente, con una calma quasi eterea, sebbene i suoi occhi siano quelli di una persona ormai irrimediabilmente in ritardo. “Piacere," rispondo io, barricato dietro ai miei cappucci "io ho scritto un articolo su di voi”. Ed è festa grande. Grida e sorrisi. Saltano fuori dalla macchina, mi scoprono il capo, cominciano a stringermi la mano, mi chiedono come mi chiamo e facciamo conoscenza. Sono belli simpatici. Mi regalano il cd ed una spilletta, fanno perfino i complimenti per come scrivo. Io non ho niente in cambio. Forse il modo migliore per ricambiare potrebb'essere entrare dentro alla macchina, afferrare i dischi dei Mumford & Sons e volarli fuori dalla finestra e sostituirli con, ad esempio, i primi due dischi degli Incubus. Invece accetto. Un regalo, alla fine, è un regalo.
La conversazione che viene fuori è piuttosto piacevole. Senza moine, senza darsi ragione a vicenda, senza autoreferenzialismo. Tutto è così semplice e spontaneo allo stesso tempo. Siamo anni luce distanti dallle situazioni del Margot, dell'Astoria o dei collettivi universitari. C'è molta umanità, ma soprattutto, disinteressata. La passione ci accomuna.
“Siamo a corto coi soldi, e pieni di debiti” Mi dice Emanuele. Il macchinone è loro, lo utilizzano per spostarsi in giro per l'Italia ed a quanto ho capito forse devono ancora finire di pagare le rate. Suonare è quindi una questione di passione, anche perché, dovendo fare leva solo sui loro mezzi, spesso, ci rimettono di tasca loro. “Però” – penso io “Che esperienze che si fanno! Chissà quante cose avranno da raccontare ai loro figli.”
Mi accorgo che la mia ammirazione non è inquinata dall'invidia e, per un attimo, i miei problemi si dissolvono e ritorno ad essere felice. Sono riuscito finalmente a dimostrare la tesi che sostenevo fin da ottobre e cioè che gli "artisti" sono persone e basta e che gli Eugenio In Via Di Gioia fanno della bella musica e dei bei concerti perché sono delle Belle persone, capaci di trasmettere i loro lati positivi (di trasmetterSI, appunto!) attraverso le loro canzoni.
Se non che, la mia gioia cessa con un sibilo, una frase, un monito, un pettegolezzo: “Certo che hai sparato a zero su tutti, nel tuo articolo, specie su Johnny Fishborn”. È la voce di Eugenio che parla. Ritorno alla realtà. Ritorno ai miei problemi. Eugenio non è mica uno stupido. Forse anch'io, un paio d'anni addietro, quand'ero un musicista in erba (in tutti i sensi) avrei potuto fare un commento analogo. Forse Eugenio è solo abituato a doversi rivolgere in questi termini in determinati ambienti, perché è così che funziona. Devi cavalcare l'onda, finché sei a a galla.
Godi fanciullo mio: stato soave, stagion lieta è cotesta
avrebbe detto il gobbo più celebre d'Italia. Ecco che mi ritrovo ad essere Leopardi (chissà, magari mi sono pure ingobbito) di fronte a tanto entusiasmo fine a sé stesso. Guardo gli Eugenio con gli occhi di un vecchio - sarà che io ho smesso di suonare quando lui ha cominciato? - o di un adulto che ha sofferto troppo. Scruto nei suoi occhi l'autocompiacimento che a suo tempo mi distrusse. Illuso di poter cambiare il mondo, mentre non stavo facendo un cazzo per migliorarmi, né stavo producendo qualcosa di buono per gli altri. Convinto che nella vita il rispetto me lo sarei guadagnato sul palco. Finché la realtà non si palesò in tutta la sua amarezza e cioé che a vent'anni, io, ero solo un povero stronzo.


 Ora, assumendo che Eugenio sia una persona intelligente, o almeno, con una sensibilità un poco più spiccata rispetto alla media, mi chiedo che diavolo avranno capito gli altri musicisti che hanno letto il mio articolo. Al mio ritorno a casa rientro con un'idea: definire meglio il mio messaggio, stendendo una classifica di cinque artisti che, a mio giudizio, hanno rappresentato il meglio delle novità torinesi dell'anno 2014. Tirando anche in ballo conoscenti ed amici, perché, il mio, vuol'essere un discorso universale. La musica emergente, così come i programmi televisivi, sono espressione del substrato sociale e culturale da cui provengono. Il mio approccio è volto alla comprensione del dilemma – senza per questo fare a meno di una bella analisi appassionata delle canzoni – che sta alla base del nostro vivere quotidiano, attraverso l'analisi delle ragioni intrinseche della musica che ne è il frutto.
 Soppesare arte e confezione, scatola e contenuto, mettere gli artisti sulla bilancia dei due aspetti per carpire meglio la psicologia e la ragione stessa della loro musica e raccontarla a loro stessi, attraverso una critica che non può che essere indirizzata alla crescita. Più mi rendo conto di quello che faccio e più mi rendo conto di quanto questo Paese abbia bisogno di persone che scrivano in questa maniera. I risultati sono stati abbastanza sconcertanti. Sono stato accusato d'essere invidioso e pieno di rimorso. Non è così che si fa. Ci vuole sportività. Le recensioni positive sono floride di visualizzazioni. Le recensioni negative, invece, vengono puntualmente represse, censurate. Su facebook c'è spazio solo per il like.
In questa classifica, invece, non c'è spazio per gli Eugenio In Via Di Gioia. Il perché ve lo spiego dopo.
Ritornando al tema delle dinamiche sociali, senza avere la pretesa di  darmi uno spessore intellettuale (per quanto ne possa conseguire: ma siete bravi anche voi a copiare un testo da un libro), ma anzi ai fini del discorso, vorrei citare le parole che il grande Aldous Huxley scrisse nel saggio Ritorno al Nuovo Mondo. Sono parole che ormai hanno una sessantina d'anni, ma che sono quantomai terribilmente attuali:

 […] al nostro sistema etico tradizionale (in esso l'individuo ha importanza primaria) si va sostituendo un'Etica Sociale. Le parole chiave di questa etica sono: adattamento, condotta socialmente orientata, appartenenza, acquisizione di capacità sociali, lavoro di squadra, vita di gruppo, lealtà di gruppo, dinamica di gruppo, creatività di gruppo. […] Secondo l'Etica Sociale aveva assolutamente torto Gesù, quando affermava che il Sabato è fatto per l'uomo. Al contrario, l'uomo è fatto per il Sabato; egli deve sacrificare le proprie idiosincrasie ereditarie, e fingere d'essere quel buon ingrediente standardizzato che gli organizzatori dell'attività di gruppo stimano perfetto per i loro fini. Quest'uomo ideale è colui che mostra “conformismo dinamico” (espressione stupenda), intensa lealtà verso il gruppo, e desiderio indomabile di subordinarsi, di appartenere.

Pensate ai miei "amici" del supermercato ed alle "conversazioni agonistiche". Pensate alla corsa quotidiana per i like su facebook. Da una parte, il desiderio di essere apprezzati, dall'altro, la disillusione perfetta di un'esigenza individualistica. Un atto fatto per emergere al di sopra degli altri, represso nel momento stesso in cui si realizza che l'intera comunità ripete esattamente lo stesso gesto: facebook diventa la piattaforma ideale dove trasformare l'impulso individuale in una conformazione allo status quo. La società liquida. Ecco perché criticavo Fishborn, ecco perché sostengo che la musica dei The Circle non è male, ma non colpisce. Quando parlo “male” di queste persone io non le ritengo stupide o incapaci, ma vittime. Vittime di una quotidianità virtuale che sopprime la critica e favorisce l'emulazione e l'adulazione: due piccoli mostri che danno beneficio immediato ma non rendono sulla lunga distanza. Impediscono di guardarsi dentro e prendere atto dei propri difetti e dei propri limiti, gli stessi che ci insegnano a crescere. Perché dico tutto questo, vi chiederete?
Pensate a Perfetto Uniformato. Pensate a Il mondo Che Avanza. Pensate a Noi Adulti. Gli Eugenio In Via Di Gioia, in parte, qualcosina di tutto questo discorso l'hanno capito, ma non vogliono farsi carico di un messaggio tanto delicato, né intendono rinunciare alla leggerezza che li contraddistingue. Il loro disco d'esordio, realizzato in fretta e furia, è troppo furbettamente leggero e poco pretenzioso, in modo da captare puntualmente l'indulgenza della critica musicale. Non è così che si fa. Quando li vidi per la prima volta ad Agosto, pensai che gli EIVDG dovessero realizzare un album al più presto. Mi sbagliavo.

Lorenzo Federici


Argh!
La Cosa Peggiore Dell'Universo
Ho Perso
Non Ancora
Ottetto Di Stabilità
Noi Adulti
Egli
Pam
Troppo Sul Seriale
Zoo Balneare (ft. Banda Fratelli)
Il Mondo Che Avanza (Ghost Track)



Hanno già detto che il punto forte di questo disco è la leggerezza di quest'album, ed in effetti è vero: ma qui da Bangszine, l'indulgenza non è di casa. Lorenzo Federici (il titolo è un piccolo tributo al membro “sfigato” il cui nome non è entrato a far parte di quello della band) è un album lungo all'incirca il doppio del precedente Ep Urrà, che era un'accozzaglia di canzoni registrate alla meglio. Circa 34 minuti, compresa la ghost track che fa finta di essere tale - non immaginatevi la pausa che prelude a Endless Nameless – semmai, può definirsi "spettrale" nel nuovo arrangiamento di All You Can Eat, qui rinominata Il Mondo Che Avanza. Sotto certi versi, questa canzone, che aveva pieno diritto ad essere collocata nell'album d'esordio, essendo il cavallo da battaglia e forse uno dei pezzi migliori della band fino ad adesso, rappresenta un tentativo di realizzare una versione più matura rispetto alla precedente. Questo, specialmente, lo si può notare nella correzione dei versi finali da non vorrebbe più avanzare a non vuole più avanzare e di la sazietà non ci basta proprio più in di sazietà non ne possiamo proprio più. Forse sarebbe il caso di soffermarsi su un'analisi più lucida del messaggio e di porre domande come "siete sicuri che questo mondo non voglia avanzare?" "sapete che l'avanzo è alla base della nostra economia, il modello di crescita esponenziale e tutto il resto?" ma quello che ci ritroviamo davanti, e che si evince da un ascolto completo del disco, è un approccio non solo leggero ai temi della quotidianità, ma forse persino un po' troppo ingenuo (tanto che quest'ingenuità trova il suo apice nell'encomio del PAM, noto per una gestione berlusconiana degli introiti). Voglio dire, non è che sono qui a colpevolizzare gli EIVDG perché fanno la spesa al PAM o all'Esselunga. Io sarò pure un povero disilluso che rischia di diventare cinico e non voglio certo cercare di pestare i piedi a chi ancora, come loro, ci crede, a qualcosa. Ciononostante, il pezzo zoppica proprio a causa del nuovo arrangiamento. Troppo ricercato per gli EIVDG, una band che dà il suo meglio quando gli arrangiamenti sono semplici ma impreziositi dalle armonie vocali (Ho perso, Argh!) e da strutture un po' più varie rispetto alle canzoni pop classiche (Zoo Balneare, Ottetto di Stabilità, Ho Perso). Quello che manca qui è proprio la forza trainante di All You Can Eat: i cori polifonici, che qui invece tendono alla monotonia ed al sintetico. (Non usate mai più un vocoder o un vocal tuner in studio, ragazzi. Vi prego. MAI.)
Un indubbio merito del disco resta, in ogni caso, l'ecletticità nel rispetto sostanziale della canzone pop folk. L'attacco, ad esempio, non è per niente male, con quella specie di canto popolare in 7/4 (il tempo prog più amato: Money, Disco Labirinto) che è Argh! e la successiva, trainante, Ho Perso, dal riuscitissimo sapore swing.

 
In seguito si passa al pop di Non Ancora, alla dimensione da osteria dell'Ottetto ed alla melensa ed ironica Noi Adulti. Il problema è che non passati neanche undici minuti e siamo già ai pezzi di riempimento. Non Ancora non sa di nulla, anche se qua e là c'è qualche barlume di lucidità, come il riferimento all'inutilità dei dottorati in questa società antimeritocratica, ma il tema è sfiorato così delicatamente che è persino difficile accorgersene. Ottetto di Stabilità ha un andamento simpatico, ma zoppicante: mi fa male la cabeza, se penso all'idea di ascoltarla due volte di fila. Noi Adulti riesce a strapparmi un sorriso, ma è un pezzo impubblicabile. Andava bene per il primo Ep, forse, ma qui stiamo giocando a fare sul serio. Chiunque voglia affacciarsi al mercato come gli Eugenio, che hanno aperto i concerti ai Marta Sui Tubi ed agli Zen Circus e che ormai suonano un po' in tutta Italia, è bene che provveda ad un'adeguata selezione dei pezzi. Altrimenti ci fa una figura di merda. L'idea, dopo aver ascoltato Argh! e Ho Perso, di avere a che fare con un artista fresco, ironico, simpatico, brillante e potenzialmente virale è del tutto prosciugata quando si arriva all'ascolto di Noi Adulti. E sapete perché? Perché gli Eugenio In Via Di Gioia sono diventati seguitissimi ancora prima di imparare a suonare seriamente, come invece hanno imparato a fare i Circle o i Maniaxxx o i Foxhound e tanti gruppi di cui ho parlato precedentemente, che ne hanno dovuta mangiare di merda prima di diventare la piccola realtà che sono adesso: eppure su un palco dell'Heineken Jammin' Festival non sfigurerebbero, perché è gente che sa suonare a dovere. Il rischio qui, è che gli Eugenio, nati troppo in fretta, pubblicati troppo in fretta, seguitissimi troppo in fretta, si ritrovino un giorno a dover dimostrare di non essere all'altezza del mondo musicale che li attende (anche De Gregori non lo era, ma erano altri tempi).
Io non voglio che ricevano un calcio in culo dal mondo musicale, perché credo che non se lo meritino, ma questo disco è una presentazione a brache calate. Credo che con un paio d'anni di studio e di buona lena la band posa cominciare a contemplare la possibilità di una seria carriera musicale: il talento c'è, sono le capacità ancora troppo amatoriali.
Alcuni testi sono buoni, a volte l'ironia funziona davvero bene. Tuttavia, non si può fare a meno di notare la tendenza a parlare troppo frequentemente delle dinamiche che ruotano attorno alla vita del musicista emergente (Ho Perso, Argh!, Egli, Troppo Sul Seriale) che, per certi versi, mi ricorda certi rapper le cui canzoni dicono "ehi guardami, sono figo, faccio freestyle sul fatto che sto facendo freestyle, faccio rap e le mie canzoni parlano tutte del fatto che canto il rap" sebbene, a differenza dei rapper, l'atteggiamento degli Eugenio fortunatamente è ironico e non autocelebrativo. Il rischio è di diventare tautologici: non si può scrivere solo del fatto che si sta scrivendo.
Pubblicizzare questo disco in giro per la penisola va bene, se si ritorna in fretta a lavorare sulla composizione. Non è tanto la teoria che manca (Eugenio è un buon cantante, Emanuele un buon tastierista), piuttosto è ora di lasciarsi le canzoncine da liceo alle spalle. Potrei spendere altre due parole per parlare anche di Troppo Sul Seriale, o del cameo della Banda Fratelli in Zoo Balneare, ma sarebbe inutile, perché credo di aver già detto tutto quello che penso. Potrei aggiungere che la band conserva un'ironia ancora in ottima forma, ma vorrei fare presente che il nonsense è arte e che non tutti possono permettersi di giocare a fare gli Elio E Le Storie Tese, né i Monthy Python, o Maccio Capatonda.


Ben venga quindi il coretto in A-/F/C/G di Caaaaaaaaaaaaane, così come l'assolo che non parte in Zoo Balneare (vai tu, no vai tu) - ma rimane ancora così tanto su cui lavorare. Troppo almeno, rispetto alle attenzioni che questo disco sta ricevendo. I Fanali Di Scorta, un'altra band torinese di stampo cabarettistico, avevano già proposto un fa un lavoro simile quasi dieci anni fa, decisamente superiore per freschezza e lucidità compositiva, non ebbero neanche un decimo della fortuna degli EIVDG.
Forse sono stati un po' troppo impietoso fino ad adesso. Tutti i fan delusi si chiederanno finora qual'è la mia posizione riguardo ad Egli.
Non nego che sia un gran pezzo: poetico, toccante e di una semplicità estremamente elegante. Se non fosse una piccola perla dentro a questo ammasso di canzonette, ci ritroveremmo davanti un altro pezzo di storia della musica italiana, ma Egli è il colpo di genio della canzone scritta in 5 minuti, dell'incastro perfetto che non vuole ritocco. Come un colpo di fulmine, che va e viene e non sai quando tornerà. Dubito che gli EIVDG ci proporranno pezzi di questo calibro in futuro, ma sono sicuro che è questa la direzione che dovrebbero prendere. Composizioni corte e semplici, linea di piano melodica, escursioni dinamiche guidate dalla vocalità. Una formula compositiva semplice e facile che potrebbe adagiarli senza troppe difficoltà sulla cima delle classifiche indie italiane per almeno i prossimi cinque anni. Volendo continuare ad essere pignolo, potrei dire che in realtà non capisco il collegamento tra la parte pseudoautobiografica all'inizio e quella del matto alla fine, ma che mi piace comunque l'accostamento delle immagini evocate, la bella metrica e la cura delle rime.


Per riassumere: Lorenzo Federici, un disco di 34 minuti con 4 pezzi riempitivi, non è un granché come inizio. Gli spunti buoni ci sono, ma Non è così che si fa, non è minimamente sufficiente a guadagnarsi il posto che si prospetta nel panorama nazionale assieme agli Zen Circus, ai Marta Sui Tubi ed ai Pan Del Diavolo, perché è proprio lì che ci ritroveremo gli Eugenio In Via Di Gioia tra qualche anno. Lo Stato Sociale ci hanno già dimostrato che è solo una questione di followers e di testi, non di qualità.
Volendo concretizzare: siamo sulla sufficienza, ma scarsina. Qui si rischia l'esame di riparazione.

VOTO: 60

Eugenio Cesaro: voce, chitarra acustica
Emanuele Via: fisarmonica, piano, cori
Paolo Via: cajon, charleston e crash senza bacchette, (occasionalmente una cassa?), cori
Lorenzo Federici: basso, titolo del disco

P.S. Per gli EIVDG: Spero ci sarà la possibilità comunque di incontrarvi e cenare con voi. Vi voglio sempre bene. Siamo io ed il tatto che non andiamo d'accordo.

martedì 3 marzo 2015

Come Rendere Digesta L'Eleganza DeNdkadente


Ho Una Fissa
Puzzle
Un Po' Esageri
Sci Desertico
Nevischio
Rilievo
Diluvio
Derek
Vivere Di Conseguenza
Alieni Tra Noi
Contro La Ragione
Inno Del Perdersi
Funeralus



Mi chiedevo quant'acqua sarebbe passata sotto ai ponti, prima che io scrivessi un pezzo sui Verdena. Parlarne mi risulta particolarmente impegnativo a causa dello zelo e della passione da me dedicata alla alla loro musica in tutti questi anni. Ma cercherò, per una volta, di stringere un po' il discorso. Mi limiterò a dire che, per quanto le canzoni dei Verdena possano risultare ostiche, melodrammatiche, depressive, bizzarre ed alle volte persino inconcludenti e prive di messaggio, farcite come sono di rime banali e scipite come “noi-poi”, “me-te”, "mai-sai", resto un fautore dell'idea che i Verdena hanno rappresentato negli ultimi quindici anni un caso unico e prezioso in questo Paese.
Questo perché i Verdena sono una band sempre moderna, autentica, sempre al passo coi tempi, capace di reinventarsi e mettersi in gioco, sorprendentemente abile nello sfruttare a suo favore la promozione delle grandi etichette industriali come la Warner pur mantenendo il controllo pressoché totale di tutte le tappe produttive della loro musica. Sono ormai tre anni che Alberto Ferrari produce e registra la musica direttamente nello studio/sale prove della band, il "pollaio”: i tempi di Valvonauta sono ormai decisamente ad anni luce di distanza. 

 
Facciamo una rapida carrellata sulla carriera della band, esattamente come avevamo fatto precedentemente per i Flaming Lips:

1997


 esce il demo, una manciata di canzoni in stile grunge di un gruppo di adolescenti (Luca, il batterista, ha all'incirca 15 anni). Le copie finiscono subito, la band si guadagna il titolo di “Nirvana Italiani”.


 1999

 
 L'esordio omonimo, prodotto da Giorgio Canali, lancia i tre poco più che maggiorenni dai barrettini di provincia ai palchi da cinquemila persone di MTV. Il sound è decisamente più pop rispetto al demotape ma non per questo privo di grinta. I testi sono inesistenti. I singoli piazzati sono ben quattro: Valvonauta, Viba, Ovunque e Dentro Sharon. 


2001


 Sotto la guida artistica di Manuel Agnelli, il ventitrenne Alberto Ferrari comincia a scrivere dei testi che abbiano un senso. Come Un Grande Sasso è fortemente debitore verso i Motorpsycho ed, a mio giudizio, resta il loro lavoro migliore.


2004


 Il Suicidio Del Samurai recupera le tinte grunge del primo album con la cura dei testi del secondo. Il disco funziona, il sound potrebb'essere quello definitivo, ma nell successivo album la band sconvolge completamente le carte.


2007
 
 Requiem spiazza critica e pubblico. La qualità della registrazione diminuisce a favore di un approccio più personale, seppur estremamente derivativo, per lo meno nei titoli, alla composizione ed anche l'ep Canos, del resto, sembra guardare in questo senso. La band sembra non saper più che pesci pigliare: se da una parte sembra ritrovare la cattiveria del demo (Non Prendere L'Acme Eugenio, Don Callisto), dall'altra comincia ad emergere una vena più prog (Il Gulliver, Sotto Prescrizione Del Dottor Huxley) ed elettronica (Opanopono). Il tour che ne segue prosciuga le finanze dei tre. Alberto diventa padre. Roberta si trova un impiego provvisorio.

 
2011



 Wow conquista critica e pubblica a sorpresa, nonostante sia un doppio album in cui convivono istanze musicali completamente differenti, se non opposti. La nuova musa è il Battisti di Anima Latina. Le composizioni del cantautore poggiobustonese sembrano fornire il collante necessario per fondere vecchie e nuove influenze e trovare finalmente l'approccio originale alla composizione. Il risultato è un pop eclettico e maturo che risulta in un album estremamente variegato, capace di sorprendere senza annoiare.



Che cosa aspettarci, dunque, da Endkadenz? Di sicuro, non l'ennesima rivoluzione del sound – quello era compito di Wow - e nemmeno uno sperimentalismo sfrenato. Endkadenz è il prodotto di una band ormai perfettamente consapevole delle proprie capacità, che ha imparato a guardare con ironia alla responsabilità morale e mediatica della propria immagine sul panorama musicale nazionale. La recensione di Ondarock suggerisce giustamente che i Verdena abbiano smesso di giocare a “fare i Verdena o i Motorpsycho” ed infatti è proprio così. 
Quest'album rappresenta l'ideale prosecuzione di Wow in format di album singolo. Scelta, questa, peraltro non desiderata dalla band, che si è presentata all'ora della pubblicazione con ben 112 pezzi pronti ed incapace di provvedere ad una selezione adeguata (ha smesso di esserlo, del resto, dai tempi di Requiem, che era già decisamente troppo lungo). A seguito del veto posto dalla Warner di pubblicare un album doppio, Alberto & Co hanno pensato di dividere il lavoro in due parti: Vol.1, uscito a fine gennaio, e Vol.2, che uscirà verso il mese d'Aprile. L'approccio, come ho detto, rimane quello un po' poppy di Wow, se non che il sound sembra un po' più ruvido, volutamente mirato a mantenere un certo eclettismo ma a creare stacchi di genere meno forti tra un pezzo e l'altro. Nel mantenere un format pop, senza perdere le proprie radici grunge ed alternative, sembra che i Verdena abbiano guardato stavolta, oltre che ad Anima Latina (Contro La Ragione) a certe soluzioni sonore degli ultimi Flaming Lips, affini ai tre per “rumorosità” e gusti musicali (del resto io stesso vidi i Verdena suonare come spalla ai Flaming Lips al Gru Village nel 2012). Quest'idea mi è venuta quest'idea ascoltando il riff di chitarra di Sci Desertico.
Enkadenz è un album coeso e variegato, con una identità forte ma che mantiene al tempo stesso una certa continuità con tutto quello che sono stati i Verdena precedentemente (ivi compresi i difetti, ovvero: la mancata cura delle parti vocali di Wow ed una sostanziale indifferenza al messaggio ed alla forma dei testi). Le composizioni sono tutte molto valide, seppur non sia capace di indicare una traccia che spicchi particolarmente rispetto alle altre, con la sola eccezione del singolo Un Po' Esageri, in cui la band mostra un atteggiamento ineditamente spensierato e leggero, con tanto di urletti che rimarcano il riff.


L'ascolto parte con la splendida Ho Una Fissa, che con buona probabilità rappresenterà il pezzo d'apertura dei prossimi concerti. Tracce come Puzzle e Nevischio sembrano guardare ai cantautori italiani degli anni 80 (Battisti, Rino Gaetano) sebbene le canzoni mostrino delle strutture decisamente interessanti, forse debitrici dell'eredità che hanno lasciato band come i Radiohead sulle modalità di costruzione della canzone pop del nuovo millennio. Derek sembra invece recuperare certe atmosfere chitarristiche dei primi album, anche se, in questo caso, ed anche nel resto dell'album, sembra i chitarroni costituiscano l'ossatura e non il rilievo, non essendo più la parte centrale attorno al cui ruotano le canzoni (come poteva essere, invece, per tracce come Starless, Muori Delay o la stessa Valvonauta). Forse il merito maggiore di quest'album consiste nella capacità di mettere a questa dichiarazione artistica. I Verdena, come del resto avevano già cominciato ai tempi di Wow, hanno smesso di ragionare sui riff, concentrando la loro attenzione sulle progressioni musicali e sui testi che possano accompagnarle: ed è in questo aspetto che risiede la loro maturità. È nelle strutture dei pezzi, non più nei tecnicismi chitarristici o vocali, che i Verdena mostrano tutta la loro innovatività ed il loro talento, ed è chiaro che quest'album creerà ancora una volta disturbi, confusioni e ripensamenti: gli stessi con cui ci ritroveremo a fare i conti nel prossimo Vol.2.
Nel frattempo, io mi preparo al concerto di stasera. Speriamo che i progressi siano riscontrabili anche dal vivo.



lunedì 2 marzo 2015

Lorenzo Senni - Superimpositions


A1. Happic
A2. Elegant, and never tiring
A3. Zeroth-Order Aproximation
A4. Superimposition
B1. Forever Headline
B2. xx1
B3. PointistillicT


Cos'è la musica se non un marginale contorno delle nostre vite? La maggior parte delle persone è convinta che la musica abbia come unico scopo quello di far stare bene, di accompagnare i film di alto profilo, le spese al supermercato e, in alcuni casi, anche le rare scopate d'alto bordo. Eppure non è affatto così, la musica può anche farti stare male, e quando dico questo non mi riferisco a certe tinte tristi come possono avere alcuni pezzi in tonalità di Re minore, ma anche all'effetto che i contorni di essa, ivi inclusi l'iperpropaganda di prodotti vomitevoli o privi di verve, possono avere sulla nostra psiche.
È con questo spirito che oggi, dall'alto della mia austerità, mi vedo costretto ad inquisire questo LP (o EP?) di Lorenzo Senni.
Sette tracce in tutto otto, strumenti in totale. Per chi lo avesse letto attentamente, è proprio così: ogni traccia ruota sostanzialmente attorno ad un unica matrice (sintetica). Il che non rappresenta un male in sé - ci sono concerti per un singolo strumento che mi hanno fatto arrovellare senza sosta per settimane – sebbene questo, purtroppo, non sia affatto il caso.

Inizio ad ascoltare il disco. Parte la prima traccia e dopo circa una trentina di secondi comincio a domandarmi dove sia il problema, il guasto - dopo un minuto il dubbio cresce. Arrivati a 5:41 il primo pezzo finisce, tendo a giustificare – in fin dei conti è il primo dell'album, l'intro, sarà sicuramente diverso dagli altri! Forse Senni voleva stupire ed ha finito per fare una schifezza. Respiro. Parte la seconda, ma la storia è la stessa, la terza, la quarta - uguale.... poi non so come ma arriva la settima ed il disco finisce: sono contento, ma solo che l'ascolto sia finito.
A disco terminato, ho più dubbi di prima. Ho speso davvero tutto questo tempo a sentire un'interminabile demo di factory presets di Microkorg? Non ho trovato assolutamente nessuno spunto lontanamente degno di nota: nessuna progressione, nessuna particolare ricerca melodica o armonica e la parte puramente sintetica lascia davvero a desiderare. Complessivamente, immagino che un prodotto del genere voglia proporsi come una specie di derivato dalla trance, per quanto mi riguarda non c'è niente di più che una manciata di arpeggi e sequenze prese da sole. Peraltro, l'unica traccia che sembra avere qualche vaga speranza è PointillisticT, che ha addirittura (pensate un po'!) due linee melodiche distinte, ma.... niente, non c'è sviluppo, è un coito interrotto.
Non è solo la TOTALE assenza di sezioni ritmiche a lasciarmi perplesso, ma la totale assenza di idee, spunti e studi. Questo disco è IL NULLA. Rivoglio i soldi indietro.
Venendo all'artista, diciamo che sulla carta non sembra neanche l'ultimo arrivato. Questo tizio vanta la presenza ad eventi come Club to Club, date estere di un certo rilievo e pubblicazioni su etichette nemmeno troppo sfigate. L'esperienza, evidentemente, ci insegna che questo elenco può anche essere solo fumo negli occhi. Se avevo dubbi riguardo al fatto che, nel 2015, sia più utile una laurea in economia che non un diploma al conservatorio per entrare nello showbiz della musica, questa ne è l'ennesima, lampante dimostrazione. Tralasciando, ovviamente, il valore della raccomandazione, specialmente in questo Bel Paesecostruito sulle tangenti e sulle mazzette.
Come avrete notato, non sono soddisfatto, rimango prodigo di domande ed avido di risposte. Una in particolare mi attanaglia le meningi: chi è che ascolta (davvero) questa roba? Immagino sia un amico del compositore, magari un altro mingherlino efebico (possibilmente milanese?) con barba folta, rayban, piercing e pantaloni risvoltati o forse in realtà neanche lui l'apprezza, ma finge di farlo perché convinto che sia una composizione di Qualità perché gliel'ha detto un amico con la barba come lui che si veste come lui e che probabilmente riconosce come più figo di lui. Sarà così?
Ammetto, con un pizzico di umiltà, la possibilità di non aver colto l'opera e che quindi sia io quello non sufficientemente competente per valutarla. Mi ritengo quindi aperto al raggiungimento del livello di conoscenza superiore necessario. E se qualcuno questa competenza ce l'ha, che per favore mi illumini!
Rovistando internet ho trovato questo video sul suo canale YouTube e sono arrivato alla conclusione che quelle di Senni siano un paio di braccia rubate alle luci - la lingua, non di certo non all'inglese – anche se questo esula dal discorso cardine.

Disclaimer: in questi casi la prima critica che viene mossa è: "Ma se vi fa schifo perchè ne parlate? Fate solo pubblicità". Acuta osservazione, Wilde sarebbe fiero di voi. Riguardo a questo punto potrei tranquillamente rinviarvi a questo articolo qui e qui e qui e qui.
Mi permetto di rispondere a priori. Innanzitutto non si tratta di un senso di schifo. Sul piano artistico, questo lavoro è così inconsistente che risulto totalmente apatico: c'è troppo poco per poter dare dei veri giudizi. A livello umano, invece, sono un disilluso, ma ogni volta che vedo due dita di seguito a fenomeni del genere il mio umore non ne giova. Inoltre, il dualismo della vita mi ha portato a credere che il Male vada riconosciuto ed etichettato, così che se ne debba parlare. Tuttavia, concludendo questa protorecensione, mi spiace di aver dedicato del tempo a tal proposito, perché se vi aspettavate, come nelle recensioni che vanno di moda oggi, una definizione precisa ed accademica di questo tipo di musica, ve la posso fornire in tre parole: perdita di tempo.

mercoledì 25 febbraio 2015

Il PD, Lo Stato Sociale e Nanni Moretti


mi sono rotto il cazzo del più grande partito riformista d'europa
del facciamo quadrato nel grande centro nei girotondi
del partito dell'amore
del governo ombra



Mi chiedevo che forma avrebbe avuto il rock di protesta in quest'epoca fatta di synth, pantaloni coi risvoltini e suoni laccati. Le formazioni di sinistra hanno sempre tardato ad aggiornarsi, o almeno, sono sempre rimaste eroicamente restie, forse anche stupidamente, all'adeguarsi alla moda del periodo. 
Se il PD può essere considerato come una forma aggiornata e modificata del vecchio partito, scarnificata di tutte quegli argomenti ingombranti e muffosi come, ad esempio, la tutela del mondo del lavoro, l'articolo 18 ed il valore del laicismo, come risposta alla presa d'atto che il berlusconismo è ormai indelebilmente radicato nella nostra cultura, è necessario che, parallelamente, anche il rock protesta si adegui ai tempi: non si può certo continuare all'infinito coi Modena City Ramblers e la Banda Bassotti!

Ecco quindi che ci siamo ritrovati davanti i Managament Del Dolore Post Operatorio e gli Stato Sociale, in cui i drammi quotidiani della nostra traballante democrazia vengono finalmente raccontati in mezzo a synth dal sapore anni 80 e ritmi dance. Mentre però i primi vanno a toccare temi tanto cruciali quanto drammaticamente attuali facendosi voce della disperazione del mondo giovanile (Norman, Signor Poliziotto, Irreversibile) con un approccio di petto scontroso, come se volessero farse da voce ad una rivoluzione imminente, i secondi guardano allo stato delle cose attuale con una ironia amara e disincantata. 


In questo senso, sono proprio gli Stato Sociale ad essere la vera voce di questa generazione, la Mia generazione. Gli Stato Sociale, proprio come il PD, ed a differenza dei Management, hanno capito che non esiste più nessun tipo di valore a cui sia possibile aggrapparsi, per cui ogni forma di protesta è inutile, la democrazia è arrivata al suo fallimento e quindi chi finge di ignorarlo, solitamente, è solo un arrivista ipocrita. La libertà d'espressione dell'individuo, tutto sommato, rimane intatta ma, in merito al cambiamento, l'individuo ormai non ha più alcuna voce in capitolo. L'unica cosa che rimane da fare, esattamente come i politici del PD, immobilisti intransigenti, è lamentarsi. La denuncia non cambierà nulla, ma per lo meno, permetterà lo sfogo. Non mi ricordo più chi lo scrisse, ma da qualche parte lessi (forse era un post di twitter) :
Noi negli anni 70 avevamo Guccini ed il Partito Comunista, voi avete il PD e gli Stato Sociale. 
Benvenuti negli anni duemilaedieci.


L'unica certezza che hanno gli Stato Sociale è il promettente futuro come benzinai ed io, personalmente, li vedrei sicuramente più abili alla pompa della benzina, piuttosto che a suonare un qualsiasi tipo di strumento. Il motivo per cui mi sono rifiutato per molti anni di avvicinarmi alla musica degli Stato Sociale è che ritenevo, avendo ricevuto una minima formazione musicale, che fossero completamente avulsi al concetto di melodia, oltre che dei completi incompetenti, stonati come delle campane. E non è che avessi del tutto torto. Quello che non mi rendevo conto è che i loro testi hanno un effetto incredibilmente rassicurante, come se raccontassero esattamente tutte quelle osservazioni che avrei sempre voluto fare sugli atteggiamenti dei miei coetanei, o sul mondo della musica, o della politica e che, in un modo o nell'altro, avrei sempre sperato di ascoltare da parte di qualcuno.
In un certo senso, queste riflessioni dello Stato Sociale mi ricordano Crozza. La maggior parte di noi aspetta il martedì o il venerdì sera per aspettare la satira di Crozza sulla copertina di Dimartedì o per la puntata di Crozza Nel Paese Delle Meraviglie. Riconosco che lui sia bravissimo: è sicuramente uno dei comici più dotati ed intelligenti degli ultimi vent'anni, ma è solo un palliativo, quasi fastidioso nel suo essere così facilmente accondiscendente col giudizio dell'ascoltatore. 


Crozza manca di quell'aggressività e di quella sfrontatezza di cui erano dotati una Sabina o un Corrado Guzzanti, o il grandissimo Luttazzi (il quale, infatti, è stato cannato subito), perché è troppo interessato a strappare un sorriso dei personaggi che mette alla berlina. 


Inoltre, non scava poi più di tanto, lasciando fuori quelle verità amare e scomode che, ad esempio, sono messe in luce in luce dagli attori de Il Segreto Di Satira.
La satira di Crozza è come una camomilla notturna, coccolosa e rilassante, adatta a chi vuole rilassarsi dopo una giornata di duro lavoro e vorrebbe sentirsi dire quello che pensa prima di andare a dormire per poter fare sogni tranquilli.
E sapete chi è il responsabile di tutto questo scempio? Nanni Moretti. Un regista che avrà girato sì e no nella sua vita un paio di film decenti ed un attore pessimo, incapace di impersonare qualsiasi tipo di ruolo se non quello di sé stesso (non è un caso che Ecce Bombo, che è un piccolo capolavoro, ebbe un successo inaspettato: neanche lo stesso regista capì dove ci avesse azzeccato). 


Avete presente il tipo di critica sociale che fa Nanni Moretti? Pensate ad Habemus Papam. Tralasciando il ruolo di Moretti come psicologo, che è tutto tranne che credibile, pensate alla trama. C'è un Papa in crisi che scappa dalla Santa Sede per cercare di riscoprire sé stesso e la sua passione per la recitazione. Il tema è delicatissimo, specialmente per un film italiano, ma ancor più delicato il modo in cui viene trattato: il risultato è una commediuola che gira intorno ad una scena clue che mostra una improbabile partita a pallavolo tra cardinali. Ed Il tanto chiacchierato Caimano? Un film che avrebbe dovuto essere una denuncia alla figura di Berlusconi che si risolve con la rappresentazione di un film dentro ad un film: al confronto, Elianto (S. Benni) sembra il Manifesto di Marx ed Engels.
Nanni Moretti è colpevole di aver gettato le basi per una satira priva di satira, di aver rappresentato per una comunità artistica un modello negativo, rendendosi autore di una serie di produzioni scipite che accarezzano temi importanti sfruttandone la portata mediatica a scopo pubblicitario per poi cedere di fatto la trama a delle storielle abbastanza banalotte sulla vita di coppia. Nanni Moretti ha insegnato alla comunità artistica come poter assumere atteggiamenti "impegnati" e sfruttarli come facciata, e così ci ritroviamo ad avere a che fare con una generazione di attori da cabaret, registi, fumettisti e musicisti che si ricoprono di uno velo di spessore intellettuale pur nella completa incapacità di mettere a fuoco i reali problemi e le inettitudini della società contemporanea, e da qui la satira “da buffetto” di Crozza ed i testi “da reclamo” degli Stato Sociale.


Ricordo che la prima volta che sentii di dovermi adeguare ai tempi, e cioè di sorbirmi almeno una mezzoretta di Stato Sociale per capire quali fossero i pezzi più famosi, fu quando uscivo con una ragazzina di Torino, una cavallona alta più di un metro e ottanta, con delle poppe a una prima occhiata sode come il marmo e lunghi capelli castani. Mi chiedevo anch'io come mai mi ritrovassi (quasi) tra le mani qualcosa di così bello (e così grosso), ma lei veniva da una cittadina più piccola e lontana, aveva ancora pochissimi amici, non usciva mai a ballare e, per non affrontare l'evidenza di essere una persona insopportabilmente noiosa, si costruiva la vita sociale saltando da una riunione di un collettivo studentesco sinistrorso all'altro. Non che a prima vista sembrasse una rivoluzionaria. Non avrei saputo distinguerla da una ciellina, se non per l'aria dolorante che quest'ultime sembrano manifestare nel fondoschiena. In un modo o nell'altro, sembrava che le stelle fossero a mio favore ed i miei conquilini mi assicuravano che questo donnone apparentemente casto e privo di vizi avesse, senza mezzi termini, espresso pubblicamente di volersi intrattenere col mio pennacchio, così cominciai ad invitarla per prendere un innocuo caffé, sebbene ogni volta mi ritrovassi davanti la stessa scusa, ossia quella del Collettivo. Mi sembrava di provarci con una boy scout. Mi chiedevo quale fosse l'occasione gli studenti di sinistra escono dalle loro riunioni dove, dietro la pretesa - di pura facciata - di fare attivismo politico, cercano di passare finalmente dall'onanismo perpetuo almeno al pompino senza ingoio. Poi quest'occasione me la ritrovai davanti: il concerto degli Stato Sociale.
Ora, nonostante gli Stato Sociale dicano

mi sono rotto il cazzo della critica musicale
non siete Lester Bangs
non siete Carlo Emilio Gadda,
si fa fatica a capire cosa scrivete
bontà di dio
avete dei gusti di merda 

e nonostante io, in effetti, abbia la pretesa di giocare ad impersonare Lester Bangs sebbene, a differenza di intelletualoidoni come quelli di Ondarock, credo di esprimermi in un linguaggio piuttosto semplice, man mano che scrivo mi rendo conto che tutto quello che ho pubblicato finora, tutte le critiche che ho fatto anche nei precedenti post, in un modo o nell'altro, le ritrovo anche nelle loro canzoni: ivi inclusa la cavallona che mi ritrovai a poter incontrare solo accettando il compromesso del concerto degli Stato Sociale.

Al tempo non andai, perché avevo un'etica di ferro e non ritenevo valesse la pena di buttare via dei soldi per gli Stato Sociale, tanto meno per assecondare le esigenze di quella tiracazzi. Oggi, col senno di poi, non solo andrei a sentire un concerto degli Stato Sociale, perché sono sicuro che sarebbe piuttosto divertente, ma andrei a sentire anche Donatella Rettore, pur di uscire con una ragazza di quel genere e di avere la possibilità di mandarla a fare in culo di persona. Giusto per appagare la vostra curiosità (ormai, vi ho già detto quasi tutto): smisi di uscire con quella ragazza perché mi ero rotto il cazzo di correrle dietro e la lasciai perdere, almeno finché non mi capitò d'incontrarla per puro caso prima di partire per un lungo viaggio.

mi sono rotto il cazzo degli esperimenti del frequentiamoci ma senza impegno
stiamo insieme ma non vediamoci che poi ho paura
anzi vediamoci quanto ci pare ma vediamoci in compagnia
mi sono rotto il cazzo dei codardi con l'amore degli altri

Quella sera ebbi l'impressione di piacerle davvero molto, dato che l'amica che l'accompagnava disse che aveva un impegno e si defilò circa dieci minuti dopo che cominciammo a parlare, lasciandoci appositamente soli. Nel corso della serata scoprii che da tempo stava cercando di mettere le mani su uno dei pezzi grossi del movimento studentesco, un tipo 28enne fuori corso (dalla triennale!!!) coi capelli già abbastanza bianchi ma che in compenso pare avesse un posto di rilievo nel Coordinamento Studentesco Nazionale, o qualcosa del genere. Insomma, sono a mala pena svezzate e già fanno inciuci all'interno del movimento come se fossero membri delLa Famiglia Winshaw (J.Coe). E questa ragazza dovrebb'essere una femminista, una pseudocomunista, una futura politica, una piccola speranza per la nazione. Infatti io, ormai 
 
mi sono rotto il cazzo [...]dei giovani di sinistra, arrivisti, bugiardi, senza lode
gente che in una gara di idiozia riuscirebbe ad arrivare secondo
 
 
Gli stessi giovani di sinistra che, a quanto pare, incapaci di capire quanto stiano loro sul cazzo, sono il principale pubblico degli Stato Sociale. Perché la musica degli SS, in fondo, è da ballare e possiede quell'alone di impegno sociale adatto ad una serata adatta a distendersi, ma senza sentirsi troppo distanti dalla "politica". Del genere:
“Il mondo fa cagare? Non ci pensare”: Lalalala! Peppereppe! Uo oh oh! Fiki fiki!




Eh, cari Stato Sociale, tutto sommato siete un bel branco di giovinetti simpatici e per voi dev'essere proprio dura dover dipendere da ciò che si odia, ma è proprio quel pubblico che odiate che vi mantiene. In fondo, non siete neanche poi messi come male, se pensate che c'è chi, come me, che si deve accontentare della vostra musica del cazzo ed è troppo pigro (o troppo poco capace di mettersi in gioco) per mettersi all'opera e creare una valida alternativa. 
Sono magre consolazioni e deboli speranze, quelle della nostra generazione, ma che volete farci: in fondo c'è andata bene. Potevamo essere nati in Eritrea, per esempio.
Siete la voce di una generazione. Una generazione di merda. Possibile che non abbiate nemmeno la voglia di dire, almeno per una sola volta, un bel basta! Invece di: Vaffanculo o Mi Sono Rotto Il Cazzo?

C'mon Tigre: fumo o arrosto?


Ho cercato di inseguire i C'mon Tigre per un po' di tempo. Impossibile scoprire molto sul loro conto. Tutto quello che ero riuscito ad avere sottomano era costituito da uno stupendo video (realizzato con qualche migliaio di fotografie dipinte A MANO da un'artista italiano, Gianluigi Toccafondo), l'album su Spotify ed un sito internet riportante una descrizione dalla prosa italianeggiante in maniera alquanto sospetta. Il loro facebook, inoltre, riporta commenti e post quasi del tutti in lingua italiana. 

 
I C'mon Tigre giocano a fare i misteriosi e la critica è entusiasta ovunque: sembra che grazie questo giochetto in cui mascherano le proprie origini siano riusciti persino a conquistare la critica europea.
Resta da chiedersi se l'origine del loro fascino sia racchiusa nel mistero che li avvolge, o se si tratti solo di fumo gettato negli occhi.
Per capirne di più, mi sono recato al TPO di Bologna a sentirli. Prezzo d'ingresso: 10 eurini. Un po' altino, per una band ancora così poco conosciuta, ma che, d'altronde, include la soddisfazione di finanziare un centro sociale di ottimo calibro e di assecondare le esigenze di un organico così numeroso (9 elementi). Il volantino, inoltre, assicurava anche una performance di painting dal vivo. 


Il TPO è magnifico. È spazioso, ha un ampio cortile esterno dove poter fumare, un bancone del bar colorato dalle inservienti graziose e non eccessivamente trasandate, un buon impianto illuminazione e, soprattutto, un palco con un impianto stupendo. Per certi versi, non sembra di essere neanche dentro a centro sociale. Al confronto, l'Askatasuna è una latrina a cielo aperto. Insomma, il luogo ideale per far suonare una band dal sound così variegato come i C'mon Tigre.
Eccolì lì, i C'mon Tigre. Sono nove, come promesso. Tutti di carnagione bianca, contrariamente a quanto ci si potesse aspettare dai titoli del disco, che rimandano invece alla primavera araba. Qualcuno, infatti, vocifera che si tratti di un complesso italo-olandese. Il pubblico è abbastanza vasto, c'è un ampia percentuale femminile e mi viene come l'impressione che sia dovuta allo slanciato chitarrista col frangione. Il cantante è un tipo sulla trentina, con una leggera panzetta, capelli lunghi e barba scura, ed ha una postazione mixer davanti a lui collegata ad un synth. Non c'è bassista in formazione, e le rare parti di basso vengono fuori proprio dalle note più basse del sintetizzatore. Sempre in primo piano, il batterista (sulla sinistra), contrariamente alle mie previsioni, suona con gli spartiti davanti ed ha la batteria divisa tra pad elettronici ed i cari vecchi tamburi. Sul lato destro, invece, un elegante signore con un papillon è circondato da qualche tastiera ed un bellissimo xylofono. Alle loro spalle sono presenti cinque fiati, tutti vestiti molto casual, alcuni (come il trombettista) tanto giovani da poter tranquillamente confondersi coi vostri compagni di corso all'università. Riesco a contare una tromba, due sax ed un trombone. L'elemento mancante, in questo momento, non mi sovviene. Visti così, sono carini. Sembrano giovani e poco presuntuosi, il live potrebbe essere più energico di quanto mi aspettassi. 


Il concerto si apre con Rabat, e segue con la tanto chiacchierata Federation Tunisienne De Futball, che qualche critico cretino che credeva di fare bella figura ha paragonato persino a Mulatu Astatke. All'attacco del brano mi accorgo fin da subito che la ritmica della chitarra dal vivo perde tutte quelle sfumature che aveva invece nella versione in studio. Preso dall'esaltazione, comincio a tenere il tempo con le mani, sperando di contribuire a creare quell'energia vitale che mi piace tanto ai concerti (e che lo stesso video sembra voler celebrare nella partita di calcio a piedi scalzi tra ragazzini di quartiere). Qualche buon anima tra il pubblico mi asseconda, ma ancor prima che il battito si possa trasformare in un pulsare ritmico il cantante, con fare irritato, alza una mano per invitarci a desistere. Il pezzo esce maluccio. La band, dall'aria piuttosto insicura, sbaglia tutti i cambi principali ed il cantante, vocalizzando sul tema degli ottoni, lo soffoca, col risultato che la canzone esce monotona e priva di vivacità. Tutt'un altro discorso, invece, per la successiva Fan For A Twenty Years Of Human Being, anche se da qui in poi si ha l'impressione che il concerto non sarà che una riproduzione a cesello dell'album in studio, senza nessuna sorpresa particolare ad eccezione del dilatato stacco elettronico di Life In A Preened Tuxedo Jacket, su cui si inserisce la performance di live painting, utilizzando rulli che colorano a mo' di stencil e vernice adesiva per rappresentare – indovinate un po'? Una tigre con le ali. Mistero e simbologia, quindi, ma vien da chiedersi: che cosa c'entrano le tigri col Nord Africa?



Il concerto dei C'mon Tigre si può definire, in conclusione, come uno spettacolo di tutto rispetto, forse eccessivamente impersonale, o forse semplicemente trasmette l'idea di un complesso consapevole di aver trovato una formula artistica così perfetta o così inedita da poter fare tranquillamente a meno del contatto col pubblico, o che si abbia a che fare con una performance artistica e non con un concerto. Un simile atteggiamento lo avevo incontrato in precedenza solo coi Godspeed You! Black Emperor. Con la differenza, però, che i GY!BE hanno scritto la storia della musica, mentre i C'mon Tigre hanno a malapena un'identità. Inoltre, se nello spettacolo dei primi c'era un turbinio di suoni e di emozioni differenti in ballo, ed in ogni caso il flusso musicale era accompagnato dalle immagini di uno schermo grosso quanto una parete  quello dei secondi era abbastanza monotono e le soluzioni armoniche e ritmiche dei vari pezzi erano così simili tra di loro, che alla lunga rischiavano perfino di annoiare. 
Non che lo schermo mancasse, semplicemente era posto su una parte laterale del locale, ma si limitava a proiettare in loop il video di Federation Tunisienne de Football.

Il disco C'mon Tigre si presta benissimo come musica di sottofondo. Tutti i pezzi, presi singolarmente, sono molto validi ed è indubbio che la band abbia sviluppato un sound maturo e personale, inoltre bisogna rendere merito al complesso di farsi carico di proporre pezzi con tempi estremamente lenti, in cui l'incastro tra i vari e numerosi strumenti rende molto difficile l'esecuzione dal vivo. Il destino infido dei C'mon Tigre, però, potrebbe essere quello d'incappare nella stessa sorte dei Tame Impala, ovvero di diventare così originali da non poter fare a meno di continuare ad essere la fotocopia malriuscita di sé stessi. Il primo passo per migliorare la proposta, sicuramente, dev'essere quello cercare di dare un po' più di brio a questi show. Questo, almeno, finché la loro musica sia concepita come rivolta a centri sociali, locali ed arene, piuttosto che a festival di Jazz o teatri.
Cedere un palco ad un pittore, lasciando l'accompagnamento ad una base preregistrata, per quanto sia una trovata senza dubbio accattivante, non è sufficiente a far passare in secondo piano il senso di noia di uno show ancora troppo statico, ripetitivo e monotono.

Eccovi le prossime date:


martedì 24 febbraio 2015

Fottere allegramente Spotify...


..e vivere tranquillamente in questo nuovo millennio ipertecnologico del cazzo



Abbiamo tutti applaudito l'arrivo di Spotify. Specialmente quelli della generazione degli anni 60 e 70, rimasti tagliati fuori rispetto ai più giovani sulle modalità di ascolto e di racimolamento del formato mp3. Li abbiamo visti partire in quarta all'inizio degli anni duemila, passarsi le vecchie glorie del passato in cd rw (rewritable) da 700 Mb (o, in alcuni casi, il rarissimo formato da 870 Mb, alias 90 minuti, che io ritenevo pregiatissimo per realizzare le compilescion per la macchina, anche se presentavano notevoli problemi di compatibilità), per poi arenarsi, nella maggior parte dei casi, spaesati dai vari eMule, bittorrent, filestube, torrentz, dai vari malware, virus ed altre meschine insidie che si celavano dietro alle oscure meraviglie del web.
I benestanti se la sono cavata ignorando il progresso, potendo permettersi di comprare ogni uscita nel suo legittimo formato magnetico, quelli ancora più abbienti non hanno neanche pensato di abbandonare il vinile; la maggior parte è rimasta in un limbo, ha dovuto resettare o cambiare il computer numerose volte a causa dei virus e si è ritrovata, nei casi peggiori, a lambiccarsi con consolazioni inutili come la discografia di Eric Clapton in quaranta dischi, di cui generalmente ascolta solo Layla, per quanto paradossalmente priva della produzione Derek & The Dominoes, e di raccolte come “le 500 canzoni più belle di sempre” o “i 200 assoli migliori della storia del rock”.
Spotify è un portale incredibile, contiene così tante cose che persino realizzare una ricerca banale come, ad esempio, A-Ha dei Take On Me, non constituisce un'operazione immediata. Ha una grafica incredibilmente accattivante e permette di ascoltare un disco anche se non è uscito nel proprio paese, allo stesso tempo tutelando i diritti dell'ascoltatore e del musicista. Il top del top, quindi? Sbagliato!
Spotify non tutela i diritti dell'ascoltatore. L'industria musicale, per quanto nel suo complesso sia stata valutata una cifra inferiore rispetto a quello che Zuckerberg ha pagato per Whatsapp, è messa in moto dallo scorrere di un unico, banale, ripetitivo motivetto musicale: il fruscio delle banconote.
Per fare soldi servono pubblicità. Ecco la gran trovata -ecco la truffa.
Spotify non è che uno specchietto per le allodole. Dietro ad un'apparente, infinita gamma di vantaggi, si racchiude la più grande truffa musicale del secolo ai danni del consumatore e della comunità artistica.
  1. Spotify ha introdotto le interruzioni pubblicitarie nello streaming. L'unica alternativa soddisfacente abbonamento premium (9.99 € al mese!), che permette di avere a disposizione la possibilità di scaricare un numero illimitati di brani e di poterli riprodurre senza interruzioni. A questo va ricordato che lo scaricamento risulta sempre l'opzione preferibile, in quanto lo streaming consumerà molto rapidamente il traffico internet del vostro smartphone.
  2. Spotify seleziona la musica al posto del consumatore. Non è possibile ascoltare una traccia desiderata su Spotify, a meno che non si ricorra ad un abbonamento. É consentito solo uno shuffle casuale, che generalmente verte sui pezzi più ascoltati. È la logica da social network, secondo cui solo i pezzi più popolari sono quelli che hanno diritto alle luci della ribalta. Io credevo che fosse finita qui, ma non è così. Spesso lo streaming del gruppo che avete scelto può essere interrotto per dare spazio ad un singolo dell'artista più noto del momento: una soluzione alternativa alla pubblicità, o un insulto vero e proprio?
  3. Spotify ha letteralmente ucciso il mercato dei lettori mp3 e degli iPod, troppo poco competitivi sul prezzo rispetto agli smartphone, che offrono possibilità di comprare Gb di streaming su Spotify nella tariffa mensile. E gli allocchi abboccano come se stessero regalando la fica di Belén. Inoltre ha reso la disponibilità di torrent e mp3 in direct download sempre più scarsa, conquistandosi un monopolio di punto in bianco.
  4. Spotify non dà quasi nulla ai musicisti. Si tratta di pochi centesimi ogni centinaio/migliaio di volte che scatta la pubblicità, è un meccanismo che funziona solo per i grandi artisti. Questi spicci vanno però condivisi con il manager, il produttore ed una serie di intermediari, ed alla fine ai pesci piccoli restano solo le briciole. Se volete sostenere un progetto musicale, fate lo sforzo di comprare almeno il cd: in fin dei conti, è quanto paghereste una cena con gli amici (In Italia, all'estero, fortunatamente, i dischi hanno prezzi più competitivi).
  5. Spotify richiede credenziali. E non mi riferisco all'utente. Poter caricare la propria musica su Spotify è un privilegio al quale si può arrivare solo mediante un intermediario adeguato. Se da una parte si possono trovare delle vere e proprie perle che prima erano impossibile da scaricare, dall'altra gli artisti emergenti si vedono sacrificare il meglio del loro repertorio per vedere promosso solo quello appoggiato dall'agenzia di promozione. Sono le agenzie a decidere, non i musicisti.
  6. Spotify è classista. Hai i soldi, nulla cambia, anzi forse ci guadagni qualcosa. Non hai soldi: resti indietro. Le novità usciranno su Spotify. Accetta compromessi come la pubblicità o resta fuori.
  7. Spotify non ha tutto! Mancano dei veri e propri classiconi! Alcuni cataloghi di artisti come, ad esempio, i Funkadelic, sono privi di alcuni capitoli fondamentali. Youtube è decisamente più fornito. Per certi versi, anche il caro vecchio Grooveshark lo è.

Dopo mesi di sperimentazione del programma (e del progetto) Spotify nelle sue versioni differenti (smartphone, programma per windows e Spotify Web Player) siamo giunti alla conclusione che sia il caso di intervenire.
 Nei prossimi giorni scriveremo alcuni post in cui forniremo gli strumenti adatti ad un hacking emancipatorio o, per i meno arditi, cyberformule che perlomeno aiutino a rimuovere gli spot pubblicitari.
A presto, restate sintonizzati (ma non su Spotify!)

lunedì 23 febbraio 2015

#2 Maniaxxx - Exorcizm



 Splash! Bang! Vroom!
Why Plastic Swans Should Have No Dream? pt One
Galaxy Express
Moose Teens
Ted
Powaqa
Why Plastic Swans Should Have No Dream? pt Two
Waves In A Black Cofee
Tropical Death



Continua la saga “tribale” dei Maniaxxx, dallo sciamanismo all'esorcismo. E ce n'era bisogno, perché ora che i rituali quotidiani oscillano tra smartphone, spippolamenti su uassap, selfie & minchiate variæ, forse la cosa migliore da fare è regredire ad uno stadio più ancestrale e sostituire le nuove abitudini con i vecchi riti.
Vi chiederete, infatti, che cosa c'entrino in questa piccola classifica di emergenti torinesi i Maniaxxx. Prima di gente come Johnny Fishborn, che sembra essere stato il fenomeno italiano dell'anno precedente, dei Rouse Project di Esma e dei Circle, anch'essi ritratti dalla stampa (ma di questo abbiamo già avuto modo di parlare) come se fossero i nuovi Alt J italiani. Fatevi questa domanda, o forse fareste meglio a passare dalle parole ai fatti ed a correre ad ascoltare la musica di questi cinque pazzoidi.
Il motivo per cui premio così tanto la proposta dei Maniaxxx è da ricercarsi nel fatto che non suonano proprio nulla di nuovo, ma la loro musica ricorda un cocktail irresistibile fatto di Beach Boys, alcool e metanfetamine.

Pubblicare un album come il loro, investire quanto hanno investito loro in un disco del genere, ai giorni nostri, richiede coraggio. Quando ti affacci al mondo musicale con una proposta di questo tipo, generalmente ti sputano in faccia, ti recensiscono malissimo, ti bandiscono dai concorsi e così alla fine ti ritrovi a suonare qualche cagata alla Coldplay perché, in un modo o nell'altro, la psichedelia ce l'hai nel cuore e del delay non riesci proprio a fare a meno. I Maniaxxx, invece, hanno tirato dritto fino ad adesso, eretto tergiscristalli adatti per ripararsi dagli scaracchi e si sono messi faticosamente all'opera, regalandoci un esordio che sa di ascelle sudate quanto una classe delle medie dopo l'ora di educazione fisica. Tralasciando il fatto che questi ragazzi partono comunque avvantaggiati, perché nel loro genere ci sguazzo, la loro proposta musicale resta indiscutibilmente affascinante. Anche dal punto di vista estetico.


Exorcizm è un album ribelle, fatto di recuperi garage (13th Floors Elevators, Chocolate Watchband per intenderci), urla adolescenziali, caos (Splash! Bang! Wroom!, Galaxy Express), momenti tarantiniani (Moose Teens) e giri di accordi tanto scontati da risultare quasi ridicoli (Moose Teens, Powaqa, Ted) ma non per questo meno irresistibili.

 
Quello che hanno capito i Maniaxxx, ed a cui hanno rinunciato la maggior parte delle band del momento, troppo fissate con l'indie-new wave, tutto forma e niente sostanza, è che in una canzone quello che conta è la passione che ci metti. Un buon pezzo è fatto di intuizione e nel migliore casi rappresenta la trasposizione di un sentimento, o di un impulso, in una melodia o in un ritmo: tutto il resto sono menate da tecnici del suono. 
Il rock maniaxxxcale è un grido contro la morte, un inno alla gioventù come forza vitale, a Dioniso in senso nietzschiano ed a tutte le feste orgiastiche. Per questo motivo spacca così tanto il culo, suona come un implicito invito/ordine a svegliarsi e a vivere, senza guardarsi indietro, evitando i rimpianti, gettandosi nella prima cosa sottomano a cui valga la pena di aggrapparsi per dare un senso alla nostra caduca e miserabile esistenza. L'intro dell'album, scandita da cambi di tempo tanto improbabili da ricordare certe soluzioni di Zorn o dei Mr Bungle, è un vero e proprio capolavoro che passerà inaspettato, come sempre succede, alla critica ed ai fan, ma è la miglior apertura che potessi aspettarmi da un disco di questo tipo.

Il buon musicista sa che è meglio non strafare, e forse possiamo definire i Maniaxxx come dei buoni musicisti in questo senso, perché, nonostante la loro frenesia, i titoli improbabili (Why Plastic Swans Should Have No Dreams?), le loro composizioni sono tanto semplici e caotiche che al tempo stesso elegantemente studiate in modo da evitare di generare strutture ridondanti o noiose. Exorcizm si può apparentemente presentare come un insieme improbabile di canzonette, ma in realtà pesca a piene mani dalle migliori muse che si possono avere di questi tempi: Queens Of The Stone Age, Sonic Youth, Nick Cave, Flaming Lips, Steppenwolf, ritagliandone solo le idee essenziali per arricchire un sound forse non troppo originale ma inequivocabilmente fresco, asciutto ed efficace.
I pezzi scorrono nel mangianastri come un flusso inesorabile e senza controllo, al quale è impossibile sottrarsi, che scansa senza difficoltà gli ostacoli della noia o della monotonia. Anche i momenti più lenti (Waves In A Black Coffee, Ted) sono in delicato, per quanto intuitivo nell'approccio adolescenzial-tribale, equilibrio tra psichedelia e melodia, drammaticità ed ironia.
Insomma, se siete familiari col genere, e vi piace, non esitate ad ascoltare questo piccolo cofanetto. Se vi danno fastidio i feedback e preferite le pizzose strutture ABAB o ABBA, invece, guardate pure cos'hanno da offrire i gradini inferiori di questa classifica.
Per quanto mi riguarda, di questo disco s'è parlato fin troppo. Adesso accendiamo un falò, spariamo questa musica a tutto volume e cominciamo a danzare sorseggiando una ciotola di amaro ayahuasca.
L'unica pecca di questo disco? 29 minuti sono un po' pochini. Ho ascoltato ep più lunghi.

VOTO: 70

Luigi Gritella – Voce e chitarra 
Matteo Givone – Chitarra e voce 
Alain Porliod – Basso e voce 
Francesco Musso – Batteria e percussioni 
Andrea Laface – Chitarra e voce.

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